Se il dovere ti uccide
Per secoli la causa principale di vedovanza è stata la guerra. È un’esperienza toccata a infinite generazioni di donne e che forse ha cambiato il loro rapporto con la morte.
«Della morte, io non sapevo sull’argomento niente… Ma accadde. Martin morì. Io rimasi vedova, senza assicurazione, senza pensione, con un lavoro mal pagato, debiti e due bambini piccoli. Il mio inferno iniziò». Così scrive nell’88 Lynn Caine, dopo la morte del marito per un tumore al fegato. L’impatto con la morte, la solitudine, il senso di disorientamento, la difficoltà di trovare amore e la difficoltà di continuare a vivere la sessualità sono esperienze che tutte le vedove si trovano ad affrontare.
Per le vedove di guerra però questa frattura del mondo personale è in qualche modo un portato dell’azione dello stato, che prima ha causato la scomparsa del marito, punto di riferimento individuale e sociale, e poi ne deve supplire il ruolo con le sue strutture assistenziali. La perdita del marito o del figlio, o le temporanee assenze degli uomini, con lo scardinamento del nucleo familiare, sono state spesso causa e ragione di proteste politiche già durante gli anni del conflitto. Per le centoventiseimila vedove italiane della seconda guerra mondiale è stato necessario tentare di ridefinire i contorni del proprio rapporto con le istituzioni.
La guerra, se da una parte facilita o consente a molte donne di adottare comportamenti nuovi — come è stato sottolineato da alcuni recenti studi, e mostrato da guerre vicine e lontane — dall’altra rafforza nella rielaborazione di quell’esperienza l’immagine maschile del guerriero e la speculare immagine materna femminile.
Così nel dopoguerra, quando la retorica postbellica ribadiva per le donne il matrimonio quale fonte principale di collocazione economica e di ruolo sociale, la ricollocazione delle vedove avrebbe dovuto costituire un problema fondamentale. Invece le continue affermazioni degli organi istituzionali sulla necessità di non costituire una popolazione assistita, che vengono frequentemente utilizzate per giustificare l’esiguità delle pensioni, contrastano soprattutto con le scarse e poco incisive misure adottate per facilitare la loro collocazione sul mercato del lavoro, per inserirle nell’apparato produttivo.
L’elaborazione del lutto è senz’altro un percorso intimamente soggettivo, ma c’è un filo comune nelle testimonianze delle vedove: il senso di un antagonismo, di un legittimo sentirsi in credito verso lo stato. Ed è frequente l’affermazione di un diritto di cittadinanza acquisita anche attraverso la perdita della precedente collocazione sociale.
La situazione del dopoguerra sembra per molte vedove senza composizione, dal punto di vista economico e sociale. Le istanze che molte vedove rivolgono al re, alla regina (durante la Grande Guerra), o ai ministeri competenti e — molto spesso — ai poteri decentrati dello stato, mettono in evidenza la scarsa protezione ricevuta e in particolar modo il misconoscimento delle responsabilità statali nella rottura del modello familiare. Inoltre, per molte di loro, la precedente situazione sociale si collega al modo in cui viene vissuto l’impoverimento economico. Così per molte vedove borghesi il passaggio dal ruolo di amministratrice e di tutela morale svolto nella famiglia verso un’assunzione di responsabilità economica diretta genera traumi e sbandamenti.
La molteplicità di esperienze che l’ultima guerra porta con sé dilata e frantuma la figura della vedova organizzandone i percorsi individuali anche a partire dalla stessa definizione di vedova di guerra. Molto frequentemente il modo in cui è stato vissuto il conflitto continua a determinare le modalità di rielaborazione dell’esperienza vedovile.
Lo stretto legame che si crea tra una vedova di guerra e lo stato è, ad esempio, al centro di un memoriale redatto da un gruppo di vedove di partigiani e perseguitati politici. Proprio in nome del carattere «politico» del rapporto, queste donne scrivono nel 1946 al Presidente del Consiglio perché tutte le vedove dei caduti siano trattate allo stesso modo. La coscienza di un diritto maturato verso lo stato è sicuramente legata al modo in cui quella esperienza è stata vissuta e c’è da chiedersi se e quanto la partecipazione alla lotta antifascista abbia creato una rivendicazione di cittadinanza più cosciente.
Nel 1947, Rosina Coccanari scriveva alla Presidenza del Consiglio: «Sono la vedova di un caduto per la libertà. Non vengo a pietire un sussidio ma a reclamare a voce alta un diritto di cui oggi molti viventi che si trovano nelle stesse condizioni di mio marito hanno avuto. Un Consiglio dei Ministri ha stabilito, bontà loro, dopo tre anni dalla liberazione, di reintegrare nel loro posto delle Ferrovie tutti gli avventizi che prima del 20.10.1922 ebbero il coraggio di dichiararsi antifascisti. Mio marito è morto per aver avuto questo coraggio, in seguito a violente percosse. A Tivoli i suoi cosiddetti compagni, che si trovano nelle sue medesime condizioni presso le ferrovie, sono stati tutti reintegrati nel posto. Quali meriti speciali ha finora consentito a me? Questa legge deve essere uguale per tutti, ponendo fine ad uno stato di vergogna che, infrangendo le norme più elementari, si beffa di noi che a questa causa di libertà abbiamo dato il sangue dei nostri cari».
Ma l’elaborazione del lutto non si esaurisce nei differenti e molteplici percorsi individuali; come molti autori hanno mostrato, la grande celebrazione collettiva della morte, che si verifica per la prima volta dopo la I guerra mondiale, comporta investimenti politici notevoli e differenziati a seconda dei casi nazionali. Ma soprattutto svolge un ruolo particolare nel processo di autorappresentazione della nazione. Così le Associazioni del mondo vedovile ricoprono un ruolo di primo piano nella formazione di un’identità collettiva per i singoli associati, legata senz’altro ad una più o meno esplicita appartenenza politico e sociale, ma che sembrano fornire ai propri aderenti delle chiavi interpretative con le quali rielaborare l’esperienza di guerra.
Ben definito è il legame tra l’evento bellico e l’identità fornita ai singoli associati. L’organizzazione del cordoglio rimane infatti uno degli obiettivi principali delle associazioni del mondo vedovile. Il riassorbimento del trauma e del lutto viene demandato alla sfera simbolica e il sacrificio può essere utilizzato quale ritorno alla madre, alla patria. Il culto dei caduti, fondamentale componente della rielaborazione del mito dell’esperienza di guerra, permette alle vedove di ricoprire un’importante ruolo sociale nella depurazione della guerra dopo il conflitto. Questo ruolo risulta però profondamente ambivalente: la vedovanza di guerra e la raffigurazione della sua sofferenza infatti ben si adatta alla tradizionale immagine che vuole la donna passiva e incompleta, cittadina davvero solo se unita ad un uomo. Contemporaneamente però, seppur entro lo stesso orizzonte simbolico, il protagonismo delle vedove nelle associazioni combattentistiche e le rivendicazioni delle associate presuppongono di fatto la ricerca di nuove identità: la pensione viene rivendicata come risarcimento al debito che lo stato ha contratto interrompendo il legame matrimoniale.
Un esempio di questa funzione di continuità e conservazione è offerto dalla associazione nazionale famiglie e caduti e dispersi in guerra, che attraversò indenne, come organismo, il periodo della transizione tra fascismo e repubblica con una insistenza incessante sull’uguaglianza del sacrificio, dilatando il concetto di Patria fino a raffigurare un’Italia indistinta, solo definita geograficamente. L’associazione arrivò così a sostenere, una volta passato il «vento del nord», l’opportunità della concessione della pensione anche alle vedove dei caduti di Salò.
La necessità dell’esperienza collettiva, della creazione di un’identità sociale nel lutto di guerra, può venire utilizzata non solo per riaffermare valori atemporali, e divenire così veicolo di continuità con l’esperienza bellica, ma anche per rivendicare una cittadinanza e un diritto a partecipare allo stato cui si richiede più che un risarcimento, un attestato di solidarietà. Un esempio di questa differente impostazione è fornito da una organizzazione, l’Associazione Vedove e capifamiglia, promossa nel 1947 dall’Unione Donne Italiane. L’inserimento delle vedove nel più complesso problema delle solitudini femminili sembra conferire per la prima volta una differente valenza alle rivendicazioni assunte. Questa identità nell’assenza di un riferimento maschile permette infatti di affrontare il discorso sulla guerra operando una più decisa affermazione di cambiamento individuale prodotto dall’esperienza bellica. Una modificazione che permette di definire la propria appartenenza nazionale.
La stessa attività di organizzazione del cordoglio acquista una valenza molto diversa poiché pone il rapporto delle donne con la morte in una dimensione politica. Ricorda Ermini, segretaria dell’Associazione, che nel ’48 dopo un convegno si formò un imponente corteo di donne in nero che raggiunse la stazione centrale di Torino dove era stato eretto un altare della pace, attorniato da tante croci con cartelli che ricordavano i caduti in guerra, nella resistenza e nei bombardamenti. Alla testa del corteo c’erano la bandiera dell’Associazione capofamiglia di Torino, una corona d’alloro destinata ai caduti… Ogni donna recava un fiore, che poi venne deposto sull’altare della pace, e sfilava gridando «pace, pace» tra due ali di cittadini.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Francesca Lagorio.