Sul trono del marito
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Sul trono del marito

1 Maggio 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

In un mondo dove il potere politico è negato alle donne, anche nei Paesi più avanzati, spesso la sola via che possa portarle ai vertici dello Stato è la morte del coniuge.

«L’opera del Presidente Mao io sola posso continuarla e coronarla. Lui non ha condotto a termine la grande Rivoluzione Culturale. Io, io riuscirò dove lui ha fallito». Ha fatto una triste fine, Jiang Qing, vedova di Mao Tse Tung, imperatore rosso della Cina. Però sapeva accendere le folle. Ascoltatela. «Alcuni obiettano che sono soltanto una donna. Eppure molte illustri sovrane hanno fatto la felicità dei loro sudditi e la grandezza del loro impero. E cosa c’è di strano in questo? Le donne superano gli uomini per l’acume dell’istinto, la generosità dei sentimenti, la comprensione degli altri. Sono il fermento dell’universo. Così io voglio liberarle dal giogo dei mariti, dei fratelli, dei figli, dei padri, che le maltrattano e le umiliano». Sapeva accendere le folle, Jiang Qing. Però ha fatto una triste fine. Suicida (o suicidata?) in carcere, dov’era finita con l’amante, Zhang Chunqiao, e gli altri due complici della Banda dei Quattro. La sua corsa al potere è finita in una cella.

Dell’incredibile vicenda della saltimbanco e prostituta salita a un passo dal trono dell’Impero di mezzo non ci resta che il romanzo di Lucien Bodard, «I diecimila gradini». Ma ad altre vedove illustri, più abili o più fortunate, è accaduto di succedere al marito, di prendere in mano le redini del Paese, e a volte di salvarlo dalle secche di una guerra civile o di una crisi economica.

È triste, ma inevitabile, riconoscerlo. In un mondo dove il potere politico è negato alle donne, anche nei Paesi più avanzati, spesso la sola via che possa innalzarle al trono è la morte. Del marito. O del padre. Soprattutto dove il potere ha carattere personale, centralizzato, autoritario (o paternalista), a volte le successioni familiari e le dinastie hanno consentito una forma di sopravvivenza, per quanto imperfetta e parziale, delle istituzioni democratiche.

L’esempio più evidente è l’India, governata per mezzo secolo, tranne un breve (e disastroso) interregno della destra hindu, dalla famiglia Nehru-Gandhi. Perla della dinastia è stata Indira, figlia di Nawaharlal Nehru, il Pandit, il Sapiente, padre dell’indipendenza indiana. Alla morte, sua figlia ne prese il posto, vincendo trionfalmente le elezioni. Quando fu assassinata dagli uomini della sua scorta, toccò al figlio Rajiv succederle. E, dopo che un kamikaze Tamil cinse il collo del primo ministro con una collana di fiori e tritolo, i capi del partito del Congresso andarono in processione dalla moglie, Sonia Gandhi, una ragazza italiana, di Orbassano, in provincia di Torino, per supplicarla: «Prendi il potere nelle tue mani. Soltanto tu puoi guidare il partito alla vittoria elettorale». Ma Sonia oppose un dolce rifiuto, che ha ripetuto altre volte, e dura ancora oggi: «Sarò solo vedova, non regina».

Il subcontinente indiano è terra di dinastie. In Pakistan è al potere, dopo averlo conquistato, perso e riconquistato dopo una formidabile sfida elettorale con gli integralisti musulmani, la bella Benazir Bhutto, figlia del leader impiccato nel ’79, dopo il golpe di Zia Ul Haq. Studentessa modello a Harvard e a Oxford, dove i compagni di corso la chiamavano «Pantera» per la sua grazia unita a grande forza di carattere, Benazir è stata la prima donna a guidare un Paese islamico (seguita poi dalla turca Tansu Ciller). Porta il velo prescritto dal Corano, ma lo ingentilisce sfoggiando orecchini griffati. E Sri Lanka, l’isola insanguinata dalla guerra civile tra la maggioranza buddista e la minoranza hindu, è stata governata da due donne della dinastia Bandaranaike: una vedova e un’orfana, che, tuttora al potere, ha scatenato l’offensiva finale contro le Tigri Tamil.

Vedove terribili. Ancora la cronaca lo dimostra: è stata una di loro a innescare la spirale di provocazioni e manovre militari tra la Cina e Taiwan. Quando Mei Ling, l’ultranovantenne vedova di Chang Kai Shek, è stata ricevuta con tutti gli onori dal Congresso americano dominato dai repubblicani, i mandarini di Pechino hanno reagito con rabbia a quello che appariva un implicito riconoscimento dei loro nemici. E nel Palazzo di Pechino a lungo esercitò la sua influenza un’altra donna grande e terribile, Deng Yongchao, moglie e poi vedova di Zhou En Lai (primo ministro dal ’49 al ’76, l’anno della morte) e madre adottiva dell’attuale premier Li Peng. Quando si spense, quattro anni fa, non volle mausolei, né tombe. Ordinò che la sua casa venisse restituita allo Stato, il suo corpo fosse cremato e le ceneri sparse: «Non voglio sottrarre nemmeno un palmo di terra al popolo», lasciò scritto nel testamento.

Anche in Sud America c’è una donna spinta al potere dalla morte violenta del marito. Si chiama Violeta Chamorro, è il capo del governo del Nicaragua, e l’avete vista in TV nei mesi scorsi, impeccabile nel suo tailleur viola, passeggiare mano nella mano con Papa Wojtyla, in visita al suo Paese. Eppure Violeta non sembrava predestinata alla politica. Studi in un collegio per le figlie dell’élite latifondista. Università negli Stati Uniti. Matrimonio con Joaquin Chamorro, altro rampollo di una dinastia agraria che poteva vantare nell’albero genealogico cinque presidenti della Repubblica (uno dei quali aveva chiamato in Nicaragua, all’inizio del secolo, i marines). Chamorro aveva due passioni: il giornalismo (era direttore del quotidiano di famiglia, «La Prensa») e la politica. E non amava (non riamato) il señor Tacho, il fantoccio insediato al potere da Washington con il compito di tenere tranquilla quella repubblica delle banane. Violeta e il marito furono costretti all’esilio in Costa Rica. E quando Chamorro cadde sotto i colpi del regime, la moglie ne prese il posto, alla guida del giornale e dell’opposizione, contro un governo assediato dalla guerriglia dei sandinisti. Che arriveranno al potere, con Daniel Ortega. E lo perderanno, nell’agone elettorale, proprio per mano di Violeta.

Violeta come Corazon: un’altra donna che ha perso il marito, Benigno Aquino, per ordine di un dittatore, Ferdinando Marcos, e che si è presa la rivincita a suon di voti, evitando alle sue Filippine che la dinastia dei satrapi proseguisse con Imelda, gran divoratrice di abiti di lusso e di tangenti.

È accaduto anche che la first-lady vampirizzasse il marito, approfittasse della sua malattia, della sua stanchezza, della sua debolezza (fisica e politica) per condizionarne l’operato. Con risultati non sempre felici. Evita Peron è ormai un mito, che la pallida seconda moglie e padrona dell’Argentina, Isabelita, non è riuscita a scalfire. E come dimenticare Eleanore Roosevelt, il suo fascino androgino, l’influenza magnetica che sapeva esercitare sul marito Franklyn Delano e sull’opinione pubblica americana? Più recente è il ricordo di Dimitra Liani, l’ex hostess diventata la compagna degli ultimi anni del leader socialista greco Andreas Papandreu. Al presente, e al futuro, appartiene l’immagine bionda e sorridente di Hillary Clinton.

Ma il potere femminile nato dalla morte del Presidente — o del capo dell’opposizione, o del sovrano — non è un fenomeno di questi decenni. La Francia è stata governata da una donna, da una vedova, da un’italiana, da una Medici, per due volte. Si chiamavano Caterina e Maria. L’Impero di Bisanzio conobbe una fugace rinascenza con la basilissa Irene, vedova di Leone IV, che all’inizio del IX secolo progettò di sposare Carlomagno, ricostituendo così l’Impero romano. E Caterina la Grande resse la Russia per oltre trent’anni (1762-1796). Alle donne democraticamente elette, nei Paesi economicamente e socialmente progrediti, è andata spesso molto peggio. Se la Thatcher ha vinto tre elezioni contro i laburisti britannici, a Parigi il regno del primo ministro Edith Cresson è durato un solo anno. Sepolto dalla reazione rabbiosa dei francesi che, quattro secoli dopo Caterina e Maria, non potevano sopportare l’idea di essere governati da una donna.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Aldo Cazzullo.

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