Verdi: la morte è in scena
Il tema della morte è sempre stato al centro del melodramma, fin dalle sue origini. Prendendo a modello il dramma greco, la camerata dei Bardi non poteva che costruire uno spettacolo fortemente indirizzato verso la catastrofe finale. Solo nel ‘700, con Metastasio, lo scioglimento del nodo drammatico e il conseguente lieto fine divennero la norma. Il brusco risveglio causato dall’omicidio in scena del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart e la ricerca di soggetti storici, gotici e drammatici ripristinarono nell’Ottocento l’abitudine della conclusione tragica.
Date queste premesse, non stupisce notare come il tema della morte sia al centro della drammaturgia verdiana: in ossequio alla sua imperiosa necessità di originalità, Verdi lo trattò da numerosi punti di vista, in situazioni variegate ed estremamente differenti. È quindi interessante approfondire la questione su due piani principali: quello drammaturgico, legato all’intreccio e alle specifiche posizioni sceniche, e quello più propriamente musicale.
Scorrendo la produzione verdiana, la morte si presenta sotto innumerevoli forme. Nell’Oberto il protagonista è ucciso in duello fuori scena; il Nabucco si conclude con la morte di Abigaille, che chiede perdono dei crimini commessi; nell’Ernani il protagonista si uccide per rispettare il patto stretto con Silva. In Macbeth il rimorso conduce Lady Macbeth alla follia e alla morte. Nel Rigoletto, Gilda sacrifica la propria vita per salvare quella del Duca di Mantova e muore tra le braccia del padre disperato in uno dei duetti più struggenti del melodramma ottocentesco. Violetta muore nel finale della Traviata, riscattando con le sue sofferenze la vita dissoluta condotta in precedenza. In Aida Radames viene murato vivo e la schiava etiope lo raggiunge nella tomba-prigione, dove la loro morte si risolve in uno splendido duetto. Infine, Otello uccide Desdemona accecato dalla gelosia e si toglie la vita quando scopre di essere stato ingannato.
Il vertice assoluto è rappresentato dalla Traviata, nella quale Verdi riesce a descrivere in modo incredibile il progredire della malattia della protagonista fino alla tragica conclusione. La vocalità richiesta alla cantante, lo stesso colore orchestrale seguono in modo perfetto l’evolversi dello stato di salute, con effetti realistici sorprendenti all’interno di un quadro melodico espressivo e commovente come in nessun’altra opera ottocentesca.
Sul piano musicale, Verdi utilizza alcuni elementi tipici che nel corso della storia del melodramma sono stati accostati all’idea di morte. La cosa è stata messa in luce per la prima volta da Frits Noske nel suo fondamentale saggio The signifier and the signified. Studies in the operas of Mozart and Verdi (1977), tradotto in italiano col titolo Dentro l’opera. Struttura e figura nei drammi musicali di Mozart e Verdi (Marsilio, Venezia 1993). Noske ha scoperto che l’idea della morte è sempre resa in musica con dei temi dal ritmo anapestico. Anche Verdi ricorre spesso a questi ritmi nell’accompagnamento. Le situazioni di morte sono poi spesso associate a tonalità minori, dissonanze, sforzati, effetti percussivi che ne accentuano l’impatto sull’ascoltatore.
Sul piano strutturale, notiamo come quasi sempre le scene di morte avvengano all’interno dei finali d’atto o, più raramente, in pezzi d’insieme. Non vi sono invece casi di «arie di morte», che sono al contrario frequenti negli operisti contemporanei (si pensi alla Lucia di Lammermoor di Donizetti). Una tale scelta da parte di Verdi ha una profonda motivazione melodrammaturgica: il canto di un personaggio morente è sempre innaturale, in particolare se deve piegarsi alla regolarità metrica e strutturale di un’aria. Molto più realistico è descrivere la morte del protagonista con le spezzature e le asimmetrie possibili all’interno di un Finale. Possiamo concludere con la constatazione che la morte gioca un ruolo centrale nello sviluppo del melodramma ottocentesco.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2000, a firma di Ugo Piovano.