Intervista a Guido Ceronetti
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Intervista a Guido Ceronetti

1 Maggio 1997 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Ceronetti entra in salotto, posa il berretto e il bastone sul divano, con la punta rivoltata all’insù, c’è il sole e io ho la finestra aperta, mi dice, lo so che fa caldo, ma chiudi la finestra, questo è il momento in cui si prendono facilmente i raffreddori. La chiudo subito, non so se ha voglia di fare l’intervista, mi ha detto che ha alcune commissioni da fare. Sono intimidita, non riesco a fargli delle domande perché mi sembrano tutte banali, so solo che devo lasciarlo parlare, verrà tutto da sé, anzi da lui, ho dimenticato le domande che mi ero preparata, così comincio davvero con la più banale.

Guido, quante volte sei stato al Père Lachaise?

Due o tre volte. È un luogo di emozioni, è il monumento di una civiltà. Al Père Lachaise, e negli altri cimiteri di Parigi, Montmartre, Montparnasse, e anche in quelli più piccoli, c’è buona parte di quello che la nostra civiltà ha creato. Ha il senso dello Iad va-Shem biblico, letteralmente la mano e il nome, che si interpreta come il monumento e il ricordo (Isaia, 56). Avere il proprio nome in un cimitero è qualcosa che ti rende presente, che ti fa sentire il vivente, che evoca il suo mondo. Una volta, per caso, ritrovai la tomba di Largo Caballero, uno dei capi della Repubblica Spagnola. Tu pensi: Largo è qui, e questo ti risuscita tutto quello che è stato – tutto quanto fu e poté significare la guerra civile di Spagna. Largo, pur essendo uno straniero, per effetto di essere sepolto in quel cimitero, viene integrato a tutta la schiera dei suoi morti. La grande apertura cosmopolita della civiltà francese si vede anche nella morte. Lo straniero accolto al Père Lachaise diventa parte di quella civiltà che è un albero del mondo.

Mi viene in mente una mia amica a cui avevo da poco detto che avrei fatto un’intervista a Ceronetti sul Père Lachaise. Era stata molte volte a Parigi, la conosce benissimo, ma quando un giovane giornalista e scrittore torinese le diede appuntamento al Père Lachaise, lei credette che fosse una brasserie. Dopo averlo visto mi disse: il Père Lachaise è il più grande monumento della nostra civiltà metropolitana europea.

Che cosa provi di fronte alla tomba di un personaggio conosciuto?

Ritrovare la tomba di qualche personaggio che ho conosciuto intellettualmente me lo rende più intimo. Ho un rapporto forte con Kafka, ad esempio, la sua tomba non l’ho mai vista ma sono sicuro che il contatto con questa me lo renderebbe più vicino. Anche sapendo che non vedrò mai quella tomba, il conoscerne l’ubicazione nei dintorni di Vienna me lo rende più vicino.

Ma che cos’è una tomba? Non è un luogo muto? Molte persone non vanno sulle tombe, preferiscono ricordare i morti in altro modo, la tomba non dice loro nulla.

Una tomba non è una cosa inerte, se c’è stato del pensiero, della vita. Esiste il Mana, lo senti. La passione per i cimiteri è una curiosità intellettuale, come quella per i libri. Portare un fiore sulla tomba di Baudelaire a Montparnasse mi dice qualcosa e ci sono sempre mani anonime che gli portano fiori. Anche Beckett è a Montparnasse, mentre Jouvet è a Montmartre: portando un fiore sulle loro tombe stabilisco un rapporto più intimo, il rapporto intellettuale diventa più personale… La tomba evoca ed eleva. La poesia Dei Sepolcri del Foscolo, nel suo eloquio solenne, è pur bella. «A egregie cose». E perché no. Al Père Lachaise molti stendono le mani sulle tombe degli inumati, le appoggiano, per ricevere il fluido dello spirito.

Ma c’è diversità spirituale tra i differenti tipi di sepoltura?

In verità, tutte hanno un significato. Anche disperdere le ceneri in mare non toglie nulla alla sacralità del seppellimento, dipende dal rapporto che si ebbe con la vita. Louise Michel, la grande agitatrice anarchica, volle le sue ceneri disperse a Hide Park. Se vai lì senti che lei ha un legame vocale con le persone che parlano dalle tribune, tu senti le loro voci e senti anche la sua. Sade volle le proprie ceneri disperse, perché non si riteneva degno di avere una tomba e connesso un culto. Ogni volontà riguardante la propria tomba ha un senso: la moglie di un mio amico di Parigi, uno storico di origine greca, aveva l’urna delle ceneri del marito nel tinello, e mi disse che le avrebbe presto riconsegnate alla patria ellenica. Abbiamo, anche morti, un rapporto con la totalità della Materia: tutte le tombe, perciò, hanno un significato. Una bella sepoltura era l’essere esposti e mangiati dagli uccelli, come usavano gli Indiani d’America. Jacopone da Todi, cito a memoria, dice nelle Laudi: «Elegomi in sepoltura ventre di lupo in voratura». Magnifica sepoltura anche questa!

Ritorniamo al Père Lachaise, quali sono le tombe che più ti hanno colpito e che ricordi?

Allan Kardec, il creatore della società occultista del secolo passato: la sua tomba appare come un altare fiorito al Père Lachaise e là vedi le donne attaccate che prendono il Mana. Al Père Lachaise sono interessanti i culti, spesso insospettati. Jim Morrison ha un culto enorme, la sua tomba è piena di scritte, ma è una pattumiera. Poi c’è Chopin (ma il suo cuore è a Varsavia), Proust, Sarah Bernhardt, ma non la Dame aux Camélias che è a Montmartre, e ci sono – leggendaria sepoltura – Abelardo ed Eloisa.

Ma oltre agli scrittori, agli artisti, agli attori, ai musicisti, chi contribuisce a fare del Père Lachaise un monumento della civiltà?

C’è un’intera civiltà militare, i marescialli e i generali di Waterloo, i capi di stato, gli uomini politici, Joffre, i generali della Grande Guerra. Non c’è Clemenceau, che è sepolto nel suo paese in Vandea.

È triste il Père Lachaise?

No, per niente, è un parco delizioso per passeggiare, è solo un po’ monotono con i suoi viali tutti uguali, è un grigio fumo-di-Parigi. Non ha l’allegria di Staglieno, che ha il mare, i capitani delle navi, la gente che ha rischiato e che ha fatto fortuna. Tutti gli uomini di mare a Staglieno hanno un culto, Mazzini è l’unico non capitano che ha culto. Ma ci sono a Parigi anche grandi morti ai quali manca un culto: alle Batignolles, Verlaine è sepolto sotto un’arcata del métro e non c’è nessun culto. (Probabilmente le cose sono cambiate l’anno passato, in occasione del centenario.)

A te piace visitare i cimiteri, copiare le lapidi. La ritieni necrofilia, questa?

(ride, un po’ irritato e disgustato) Necrofilia, che enorme sciocchezza. Il Père Lachaise è frequentato da curiosi e da filosofi, è un luogo elettivo per la meditazione. In tutti i cimiteri che ho visitato, io ho copiato lapidi per collocarle tra le siepi dei miei libri. No, non è assolutamente necrofilia, è autentica passione intellettuale.

Si alza dal divano, si rimette il berretto, prende il bastone e fa i quattro piani di scale a piedi, come li aveva fatti a salire. Siamo sotto i portici di via Po, faccio un po’ fatica a seguire il suo passo svelto e a parlare.

Ma qual è la tomba che ti dice di più?

Mah, potrei dire di amare anche di più delle illustri, le tombe degli sconosciuti. Lì abita il Mana ignoto, di cui non hai criteri per misurare la forza. Tra le tombe con nomi sconosciuti ti può accadere di incontrare quella che più si adatta al tuo pensiero, al tuo spirito. Può venirti incontro come il Messia, il cui volto è in ombra. È l’incontro con lo spirito vivente, non con il nome, che conta. I cimiteri parigini di solito sono molto parchi in biografia, diversamente dalle lapidi dei cimiteri italiani che ti raccontano molto di più, ma talvolta bastano un nome e due date perché tu possa immaginare, ricostruire la totalità di una vita. È quel Mana ignoto a suggerirtela.

Ma è proprio necessaria la tomba per entrare in rapporto con lo spirito vivente di un poeta? Non basta leggerne i versi?

Sì, l’incontro con lo spirito avviene soprattutto nel contatto con l’opera. Tuttavia presso la tomba ti viene incontro l’autore amato in un alone che non è quello soltanto emanato dai suoi versi. È l’ambiguità sfingea della morte…

Siamo alla fermata del 16, si intravvede il tram dalle arcate di piazza Vittorio. Sorride con gli occhi trasparenti che mi ricordano quelli di Beckett nelle cartoline che mi manda. Non so cosa chiedergli prima, è Guido che mi dice:

Puoi finire l’intervista così, Ariella, vendicando tutti gli accusati di necrofilia perché passeggiano nei cimiteri: andare tra le tombe è frutto di grandissima «biofilia», di amore per la vita nella sua compiutezza.

È già sul tram, non si accorge che i passeggeri ci guardano un po’ straniti mentre io vorrei chiedergli ancora dei simboli, dei monumenti sepolcrali, delle donne e invece chiedo a voce un po’ più alta, affannata dalla partenza del tram:

Leggeresti poesie in un cimitero? Io l’ho fatto.

Anch’io l’ho fatto spesso e ho trovato che si imprimono meglio, misteriosamente, nella memoria.

Dopo pochi giorni dall’intervista mi è arrivata una cartolina: l’immagine fotografica della dissezione del collo e della parte posteriore della testa di un uomo. La didascalia dice: Preparazione che ha per oggetto i due primi nervi cervicali. Proviene dalla Josephinum di Vienna ed è databile al XVIII secolo. È un po’ macabra. Capisco l’ironia. Il testo di Guido dice: Un bacio dai «Confini».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1997, a firma di Ariella Beddini.

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