La memoria è una linfa che ci nutre
Voci

La memoria è una linfa che ci nutre

1 Settembre 2001
3 min di lettura

Mario Rigoni Stern è uno dei grandi narratori italiani contemporanei. Da poco ha compiuto ottant’anni (è nato ad Asiago nel 1921), ma la sua vena resta fresca e vigorosa. Il suo libro di esordio, Il sergente nella neve (1953), è ancora oggi una delle più notevoli testimonianze letterarie della seconda guerra mondiale.

Lei è stato testimone di una grande tragedia, come la campagna di Russia. Che cos’era la morte in quella dimensione di disastro quotidiano?

Guardi, era lo stupore di essere vivi. Uno stupore che si rinnovava ogni giorno, specialmente in certi momenti, quando vedevi cadere e sparire intorno a te amici con i quali fino a poco prima eri insieme. Una morte fa impressione. Centinaia o migliaia di morti non fanno più impressione. Fa impressione la vita.

Oggi la morte tende a essere esorcizzata, nascosta, insomma negata. Che cosa significa questo?

È ridicolo. La morte è diventata un atto burocratico. Si muore anonimamente in ospedale. Io vorrei proprio morire a casa mia, nel mio letto. Quando si muore in ospedale, si viene messi in una cella frigorifera, si fa un funerale con poche persone che lo seguono. Io vedo i funerali in città, sono un atto burocratico, una persona che si depenna dal registro dei presenti.

Che cosa pensa della cremazione?

Io vorrei essere cremato, perché ho visto tante morti orribili, la corruzione dei corpi. Vorrei essere cremato e vorrei che le mie ceneri fossero disperse su una montagna che amo. Quello che rimane del corpo, cioè queste ceneri, è una materia che da organica è quasi diventata inorganica, ma ritorna a essere organica con l’apporto del sole, della luce, con l’acqua, la neve, e si tramuta in qualcosa che si perpetua, va avanti, cambia. Ma d’altra parte sono incerto, perché nel cimitero ho tutti i compagni, tutti gli amici. Io ci vado spesso, non è una cosa che mi angoscia.

Anche per quanto riguarda la memoria oggi ci troviamo di fronte a una sorta di atrofizzazione: ci si allontana molto in fretta da chi è venuto prima di noi.

È una cosa che dà la misura di questi tempi veloci, che lasciano poco. Forse si portano troppo poco i bambini, i ragazzi, i giovani, al cimitero. Io, quando vado nei paesi di montagna, entro spesso nei cimiteri, leggo i nomi, le date di nascita e di morte, e, anche se non li ho mai conosciuti, mi sembra di trovare gente. E poi dietro ogni nome c’è una storia che magari si intuisce. In tutto quello che scrivo c’è un fortissimo senso di appartenenza, di radici. Ma le radici continuano se abbiamo memoria. E poi assorbiamo dalla memoria linfa per andare avanti, per cercare di trasmettere anche agli altri.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2001, a firma di Ezio Quarantelli.

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