Il Potere annuncia: sto morendo
Cari compatrioti, ha detto Mitterrand in tivù, il cancro mi sta uccidendo. È la prima volta che un Presidente parla della «propria» morte. La sua vicenda ha stupito e commosso i Francesi. Che non lo dimenticheranno anche se adesso non è più all’Eliseo.
In questi giorni, i presidi e i capiufficio di Francia stanno staccando la sua foto dal muro. Una faccia un po’ grassoccia, un po’ tronfia, solcata dal sorriso della vittoria. È rimasta la stessa dal 1981: quattordici anni fa, la conquista dell’Eliseo. La foto, non la faccia. Quella l’hanno scavata gli affanni del potere, lo scalpello del tempo, la sofferenza della malattia. I capelli, già radi, strappati via dalla chemio. Il sorriso spento dalla nausea del Palazzo e dall’assuefazione al male. Ora François Mitterrand non è più Presidente. E tra poco, non sarà neppure più François Mitterrand.
Il Presidente è malato. Cancro alla prostata. Gli resta poco da vivere. E non ha mai cercato di nasconderlo. Il Potere ha sempre parlato della Morte. Altrui. Per bocca di François Mitterrand, per la prima volta nella storia, il Potere ha parlato della Morte propria.
Il primo annuncio arriva dall’Eliseo tre anni fa. La Francia si divideva per il referendum su Maastricht, e la notizia le piomba addosso all’improvviso: il Presidente è stato operato alle vie urinarie. «Calcolo preelettorale», sentenzia Le Pen. Poi l’aggravamento. Un’altra operazione. L’annuncio in tv: «Sono malato. Ho il cancro. Ma non mi dimetterò. Non mi hanno lobotomizzato: l’intervento si è svolto in ben altra parte del corpo». Mitterrand è uomo asciutto e ironico. Ama il melodramma. Ma solo a teatro. E un colpo di teatro lo riserva ai telespettatori, la sera del discorso di Capodanno. «Mes chers compatriotes, miei cari compatrioti — ha detto con il vocativo di sempre — questa è l’ultima volta che vi faccio gli auguri come Presidente. Il prossimo Capodanno non sarò più qui dove sono ora. Ma io credo nelle forze dello spirito. Quel giorno, il mio spirito sarà al vostro fianco, vicino a voi, mes chers compatriotes».
Mitterrand crede alle forze dello spirito? Si è forse convertito? Lui, ateo materialista, in punto di morte è tornato alla religione cattolica della sua giovinezza? «No», ha chiarito nei giorni successivi. «Ma credo che tra me e la Francia ci sia un rapporto mistico. Non lascerò soli i francesi, neanche quando sarò passato di là».
Di là. I suoi collaboratori, e i ministri del governo Balladur che lo incontrano con regolarità, raccontano che Mitterrand è ossessionato dalla curiosità di sapere quello che troverà dall’altra parte. «Sfoglia i dossier di Stato in pochi minuti», racconta Alain Juppé, ministro degli Esteri. «Poi li chiude. E parla di letteratura. E di filosofia. L’esercizio del potere pare non interessargli più». Dicono che passi ore a meditare sugli ultimi versi di uno dei suoi scrittori preferiti, Franz Kafka, scritti in punto di morte: «Più oltre/verso il buio profondo/figlio di re». Non c’è cimitero che non scorga senza fermarsi a visitarlo. «Mi piace vagare fra le tombe, leggere il nome sulla lapide, scrutare la foto. Mi piace immaginare la vita che è stata, e portarne via un pezzo con me», racconta.
Di là. Per parlarne, Mitterrand si è scrollato di dosso tutte le sue certezze di laico, socialista e progressista. È uscito dal Palazzo. È salito in macchina. «Rue Fleurus 2», ha sussurrato all’autista. L’autista ha pensato che il Presidente volesse fare due passi nei giardini del Louxemburg, proprio lì di fronte. Invece il Presidente ha imboccato la porta, ha salito le scale, e i gorilla dietro, discreti. Ha bussato al secondo piano. Jean Guitton lo stava aspettando. Hanno parlato per due ore, il Presidente e il Filosofo. Delle loro domande, delle loro certezze. «Siamo due uomini di dubbio — mi ha detto Jean Guitton, raccontando l’incontro —. Ma anche due uomini di luce. Non so se Mitterrand si sia convertito, se creda in Dio. Di sicuro, parla con Lui».
Attorno ai riti dell’Eliseo, alle diagnosi dei medici, ai dossier di Stato scorsi sempre più rapidamente, alle passeggiate nei cimiteri, ai colloqui con Jean Guitton, alla lettera che Wojtyla gli ha scritto, invitandolo a diventare il secondo Clodoveo, come il re dei Franchi che abbracciando il cattolicesimo fece della Francia la figlia primogenita della Chiesa di Roma, attorno a questa vicenda irripetibile di Potere e di Morte, gli strepiti della vita sono continuati. Indebolito dalla malattia e dall’assottigliarsi dei giorni all’Eliseo, Mitterrand si è trovato vittima di attacchi che il suo carisma e la sua forza politica avevano sempre tenuto lontani. Prima vi ha provato «Minute», la rivista del Front National di Le Pen. In prima pagina, la foto «della casa dell’amante del Presidente». Era il marzo ’93, vigilia di elezioni politiche che si preannunciavano catastrofiche (e lo furono) per quel partito socialista, che Mitterrand aveva fondato nel ’71 a Epinay e aveva portato al governo. Lo scoop fu ignorato dai giornali francesi. Ma ormai la via era aperta. Il gennaio scorso, l’affondo. «Ecco la figlia segreta di Mitterrand», titolava a tutta pagina «Paris Match». Sopra, la foto spaurita di Mazarine, una ragazzina bruna, carina, molto somigliante al padre, al Presidente. È scandalo. Ma i francesi sono quasi tutti dalla parte di Mitterrand. Compresa la moglie, Danielle. «Ho sempre saputo che François aveva una figlia naturale — ha detto la first lady francese —. E gli sono sempre rimasta vicino. Lo farò anche ora, più che mai». Concordi i giornali: il gesto di «Paris Match» è stato quello dell’asino della favola che scalcia il leone morente.
Ma dai cassetti del passato è spuntato un altro affaire, ancora più spinoso. Gli anni di Vichy, la vergogna del collaborazionismo, cui il giovane Mitterrand non fu estraneo, prima di passare nelle file della Resistenza, e anche dopo la liberazione, avendo frequentato Bousquet, lo spietato cacciatore di ebrei. Mitterrand ha scelto di giocare d’anticipo con la storia. Di fare i conti di persona con il passato, fin quando la malattia glielo consentiva. Ha dato il suo imprimatur a un libro, «Une jeunesse française», che ha rivelato tutte le ombre della sua giovinezza. Ha affrontato il giudizio dei francesi in un’intervista tv. Si è conquistato la loro comprensione.
Nel suo crepuscolo, Mitterrand ha riguadagnato in popolarità. Quella che pareva ormai una presidenza impastoiata dalla quotidianità del potere, non all’altezza delle utopiche promesse di superamento del capitalismo contenute nel programme commune con i comunisti che porta Mitterrand all’Eliseo nell’81, ha recuperato, se non la brillantezza, la carica emotiva dell’inizio. I passi d’addio del Presidente si sono moltiplicati. Piangevano, gli europarlamentari che il 17 gennaio hanno salutato il suo ultimo discorso nell’emiciclo di Strasburgo: «Ho contribuito a costruire l’Europa delle istituzioni. Vi lascio un alto incarico, costruire l’Europa dei cittadini». Piangevano, il 10 marzo i delegati alla conferenza dell’Onu sullo sviluppo, a Copenaghen: «È arrivato il momento di progettare un mondo senza poveri». Lasciti morali, che pesano il doppio perché vengono da un politico e da un uomo agli sgoccioli. Ai socialisti francesi: «Ho combattuto la buona battaglia. Fate come me. Credeteci». E loro, che si erano ormai disamorati del vecchio capo imbolsito, in piedi a applaudirlo.
Non che Mitterrand abbia rinunciato alle sue astuzie politiche, agli stratagemmi, ai giochi di potere che hanno costellato i suoi due settennati e gli hanno valso il soprannome di Fiorentino (come Machiavelli, ovviamente). Un piccolo capolavoro è stata la nomination socialista per la prossima campagna presidenziale. Quando sembrava inevitabile una candidatura Rocard, Mitterrand ha scatenato contro il suo caro nemico il bulldog Tapie. Tolto di mezzo quest’ultimo dai giudici, cancellato l’odiato Rocard dall’umiliante 14% del ps alle Europee, perso per strada il dubitabondo Delors, il testimone è passato nelle mani di un vecchio compagno di strada, quel Lionel Jospin che Mitterrand aveva piazzato alla segreteria del partito durante la prima presidenza e al ministero dell’Istruzione (in Francia considerato poltrona-chiave) durante la seconda. «E lo voterò», ha annunciato ai francesi. «A patto che sappia farvi sognare».
Come ha saputo fare lui, è sottinteso. Come saprebbe fare ancora, se il tempo e il male glielo consentissero. «Se si ripresentasse, ci batterebbe ancora», dice il ministro gollista dell’Interno Pasqua. Invece il sogno è finito. E Mitterrand deve sentirsi come il Nerone di Kavafis, un altro dei suoi scrittori preferiti: «Come un attore che/alla fine dell’ultimo spettacolo/posa l’abito di scena/lo scettro, il mantello/e se ne va».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Aldo Cazzullo.