Ma i bambini lo sanno
A quale età si incomincia ad affrontare il problema della morte? «A 3 anni — afferma la psicanalista infantile Françoise Dolto — e fino a 7 anni l’argomento non causa angoscia». Ma poi le cose possono cambiare all’improvviso. Soprattutto se per i genitori la morte è un tabù. Ecco un breve «codice» di comportamento per chi vuole aiutare i propri figli a crescere.
«La nascita è morte, la morte è nascita», ripete più volte Françoise Dolto nel suo ampio lavoro «La cause des adolescents» (Editions Robert Laffront, Paris 1988), pubblicato in Italia nel 1990 da Arnoldo Mondadori col titolo Adolescenza. Psicanalista infantile francese, allieva di Jacques Lacan, la Dolto (1908-1988) è conosciuta in tutto il mondo sia per i suoi lavori scientifici sia per la partecipazione appassionata ai problemi dell’educazione, accanto a genitori ed educatori.
La morte e la vita. «Colei che spiega nel suo libro come accompagnare l’adolescente alla sua “morte all’infanzia” — scrive l’amico André Coutin nella prefazione — avrà saputo compiere l’ultimo passaggio della vita adulta trovando le parole per descrivere l’esperienza. Allorché, il cuore cadente e incontrollabile, la si credeva all’ultimo limite, essa ha saputo riaversi ancora una volta alla morte per parlarne ai suoi parenti e amici. Me la descrisse come un’isola calma nella tempesta. Qualche giorno dopo, essendo riuscita a dominare ogni timore dell’ignoto, si congedò definitivamente».
Le ricette
«Si muore perché si vive». Rispondendo dai microfoni della radio alle lettere dei genitori che incontrano difficoltà nell’educazione dei propri figli, non ha mai preteso di dare delle «ricette» miracolose; ha cercato piuttosto di definire un atteggiamento, un modo di porsi in relazione con il bambino, che tenga conto soprattutto del suo bisogno di comunicare. E la morte non è un tabù. Bisogna dire la verità al bambino, sempre. «Come dirgli perché si muore? — si chiede in “Quando c’è un bambino”, Emme Edizioni, 1979 (edizione originale 1977) —. Si muore, perché si vive, e tutto ciò che vive, muore: dal giorno della nascita, ogni creatura vivente percorre un cammino che la conduce alla morte. Peraltro, non abbiamo altre definizioni della vita, se non attraverso la morte, e viceversa. La morte fa parte del destino di ogni essere vivente. E i bambini lo sanno molto bene».
A quanti anni i bambini incominciano ad affrontare il problema? Risposta: «Lo affrontano nello stesso periodo in cui affrontano il problema della differenza sessuale (…). I bambini si interrogano senza angoscia sulla morte almeno fino ai sette anni. Cominciano a porsi il problema verso i tre anni e, lo ripeto, senza angoscia. Bisogna parlargli della morte, appunto. E poi, la vedono attorno a loro. C’è gente che muore attorno a loro, dei bambini che muoiono. Credo che si possa sempre rispondere a un bambino: “Noi moriremo quando avremo finito di vivere”. Sembra strano, ma è vero. Non avete idea di quanto questa parola rassicuri un bambino. Dirgli: “Sta’ tranquillo. Morirai solo quando avrai finito di vivere”, “Ma io non ho finito di vivere”, “Ebbene! Siccome non hai finito di vivere, lo vedi che sei vivo!”».
E aggiunge: «Da piccolo, mio figlio aveva sentito parlare della bomba atomica. Torna da scuola e mi dice: “È vero la bomba atomica? È vero che tutta Parigi può scomparire?”, “Sì, sì. È vero tutto questo”, “Ma allora, può capitare oggi prima di mangiare, o dopo?” (aveva tre anni), “Eh sì, potrebbe… se fossimo in guerra, ma non siamo più in guerra adesso”, “E poi, se capitasse, anche se non siamo più in guerra?”, “Ebbene, vedi, non ci saremmo più”, “Ah, beh, allora, preferisco che capiti dopo il pranzo”. Ho risposto: “Hai perfettamente ragione”. Vedete: c’era stato un momento di angoscia: “Capiterà oggi prima di mangiare”. Aveva appunto molta fame e stavamo per metterci a tavola. Il bambino sta sempre nel presente. Ciò che dice sia nel presente. Se muore qualcuno della famiglia, è molto importante non privare un bambino di questa notizia. Egli percepisce l’espressione cambiata delle facce famigliari. Sarebbe grave, dato che amava quella persona, ed è preoccupato della sua assenza, e che non osa neanche fare la domanda. E poi, non dirglielo, vuol dire trattarlo come un gatto o un cane, escluderlo dalla comunità degli esseri che parlano».
Nel secondo tomo di una delle sue opere più conosciute («L’Evangile au risque de la psycanalyse», Editions Universitaires, 1978; traduzione italiana: La libertà d’amare, Rizzoli, 1979), Françoise Dolto riporta e commenta il capitolo XXIV del Vangelo secondo Luca, versetti 1-53: il «Risveglio» di Gesù, la sorpresa delle donne nell’andare al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana, la domenica, e di trovarlo vuoto. Si può fare anche una lettura laica degli Evangeli; com’è quella della psicanalista parigina: «Questo “risveglio” dalla morte è una testimonianza che io sento veritiera, autentica — osserva —: sento che, quali che siano le morti che ho subito, ne sono tornata “risvegliata” poiché sono viva».
Le morti? Ma da quali morti si era già risvegliata?
«Ma via — replica la Dolto — noi abbiamo vissuto molte morti (…)».
Primo: «La morte del feto quando nasce il bambino».
Secondo: «La morte nel bambino che, credendo che suo padre e sua madre facciano le leggi del cielo e della terra, si accorge che essi non sono onnipotenti! Che perdita di fiducia nei suoi genitori!».
Il desiderio
Terzo: «Più tardi, abbiamo sentito l’impossibilità di realizzare il nostro desiderio di essere l’unico amore di nostro padre o di nostra madre, ci siamo resi conto dell’impossibilità di portare nel ventre un figlio di nostro padre, come femmina, o di concepire, come maschio, un figlio con nostra madre. È ciò che la psicanalisi ha scoperto e definito il dramma edipico».
Quarto: «Che morte nel momento della pubertà! Amo un essere con tutta la mia fede, con tutta la mia immaginazione, con tutto il mio corpo e, per disgrazia, scopro d’essergli completamente indifferente! Dopo essersi divertito un po’ col mio amore, si allontana da me per un’altra! O peggio, questo amore e questo desiderio sono condivisi, ma la loro realizzazione è socialmente impossibile. È una morte. È la morte reale per alcuni».
Quinto: «Ancora oggi noi facciamo l’esperienza della nostra immaginazione impotente sulla realtà, la quale assomiglia poco ai nostri sogni, eccetera. Tutta questa vita non è una morte permanente?».
Ma, alla fine, rinasciamo dalle nostre ceneri…
«È vero. Noi continuiamo a risorgere. Continuiamo a vivere ricostruendo perpetuamente su due lutti, su dei morti, su delle separazioni che ci provano molto profondamente. Rinasciamo al nostro desiderio dopo aver lasciato a ogni nostro piacere, a ogni nostro tentativo, un po’ di noi stessi, della nostra speranza e delle nostre illusioni. Eppure, la nostra speranza rinasce e il nostro desiderio è sempre dentro di noi, e canta di nuovo il suo richiamo!».
Domanda Gérard Sévérin, filosofo, psicologo e teologo, membro autorevole della scuola Freudiana di Parigi: «Dopo la morte, noi, dunque, ci svegliamo (…) a un’altra vita?».
Risponde Françoise Dolto, ancora attraverso una lettura laica dei Vangeli: «Sì, io lo credo. Lo spirituale, non essendo consumo carnale, porterà gioia inesprimibile con le nostre parole attuali, poiché il piacere nel godimento del corpo è solo una metafora, un’analogia. Noi scopriremo allora il desiderio dello spirito sfiorato, presentito soltanto nell’amore di adesso. Sì, noi potremo, in spirito, conoscere la verità dell’amore e, io lo credo, un godimento di cui non abbiamo alcuna nozione prima di essere passati attraverso la morte».
La cicatrice
Non vi sono scissioni tra il carnale e lo spirituale, sostiene Dolto: «È una continuazione, come neonato è la continuazione del feto. Naturalmente, vi è la cicatrice del cordone ombelicale che lascia la traccia di una separazione parziale non dalla madre bensì da una parte di sé (placenta, cordone), ma non è una divisione del nostro essere, è un altro modo di esistere».
«Dire» la morte. Con coraggio e impegno, raggiante di spiritualità, Françoise Dolto ha insistito su questo punto; sempre. Con grandi imprevedibili espansioni che aprono alla speranza. Come quando parla della preadolescenza: «L’aurora di un adulto nel crepuscolo di un bambino» («I problemi degli adolescenti», Longanesi, 1991). Come quando insiste sull’adolescenza, «età vulnerabile e meravigliosa»: «Quando i gamberi perdono il loro guscio, per prima cosa restano senza difesa durante il tempo necessario per fabbricarne uno nuovo (…). Per gli adolescenti è un po’ la stessa cosa». È una «seconda nascita». Sempre si muore a qualcosa per rinascere ad una vita diversa.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Mario Tortello.